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Pubblicato in "Valley Life", Anno III, n° 21 (2006)

L’Eliogabalo di Antonin Artaud è uno di quei rari libri che mostrano i simboli per come sono, nella loro essenza metafisica, e offrono squarci illuminanti sulla storia dell’uomo.

Artaud rilegge la biografia dell’imperatore romano, secondo una prospettiva metafisica assolutamente interessante, con molti punti di contatto con il pensiero tradizionalista, Guénon in primis, come nota giustamente Albino Galvano in una sua Prefazione (1) al libro.

Eliogabalo, o l’anarchico incoronato, insomma, il dipinto di un’epoca affascinante e terribile, l’epoca dello sfacelo del grande Impero Romano, l’epoca del tracollo dell’Ordine, l’epoca della lotta fra il Femminile e il Maschile, l’epoca dell’esplodere del Caos.

Roma, oramai si era indebolita, politicamente, militarmente, e soprattutto spiritualmente.

L’antica etica, regale e nobile, che aveva forgiato l’Impero, oramai si era dissolta, e l’antica religione romana aveva aperto le porte da tempo ai culti matriarcali e tellurici dell’Asia minore.

Eliogabalo proviene proprio da quel pantano matriarcale, da Emesa, sacerdote effeminato di un culto solare posto sotto il dominio della Dea Madre, della Luna, del Femminile (2).

Quattro donne della sua stirpe si stagliano nella sua vita, imperiose, e forgiano letteralmente il suo destino: Giulia Domna, Giulia Mesa, Giulia Soemia e Giulia Mamea.

Sono donne forti, donne virili, donne sensuali, donne impudiche, donne prive di scrupoli,  donne che fanno la storia e manipolano gli uomini, che d’altro canto appaiono deboli, passivi, invertiti ed effeminati.

Scrive Artaud: “Si può dire in proposito che Eliogabalo è stato fatto dalle donne…e che quando ha voluto pensare da sé, quando l’orgoglio del maschio frustrato dall’energia delle sue donne, delle sue madri, le quali hanno tutte fornicato con lui, ha voluto manifestarsi, si è visto cosa ne è risultato” (3).

La salita di Eliogabalo al trono imperiale di Roma, propiziata e voluta dalle virili e impudiche donne siriache della sua stirpe, segna uno dei punti più bassi nella decadenza dell’Impero.

Il disordine, l’anarchia, il caos, lo sconcio e la perversione travolgono tutto e tutti, senza pietà.

Roma entra nel Kali Yuga, in una atmosfera crepuscolare, da tregenda, il pantano Femminile spodesta l’ordine Maschile e virile, aprendo le porte al Caos.

La marcia di Eliogabalo sulla città eterna si assomiglia più ad un corteo dionisiaco, di falli, tori, baccanti, fanciulle ignude, ubriachi, pederasti, invertiti, e galli castrati, che ad un corteo imperiale.

Il sesso, il sangue, e l’ebbrezza, i tre segni del dionisiaco, vi dominano, scatenati.

Eliogabalo entra nella Città Eterna nell’autunno del 219.

“Davanti a lui vi è il Fallo, tirato da trecento fanciulle dai seni nudi che precedono i trecento tori, oramai intorpiditi e calmi…” scrive Artaud, “E, dietro ancora, le lettighe delle tre madri: Giulia Mesa, Giulia Soemia e Giulia Mamea…” (4).

Artaud paragona il suo ingresso a Roma ad un rito potente, ma invertito, dissolutore (5).

“Eliogabalo entra in Roma da dominatore, ma col didietro…Terminate le feste dell’incoronazione segnate da questa professione di fede pederastica…s’insedia con la nonna, la madre e la sorella di quest’ultima, la perfida Giulia Mamea, nel palazzo di Caracalla” (6).

Da quel giorno gli storici romani, Lampridio in testa, non fanno altro che annotare le turpitudini e le sconcezze del suo comportamento, con tono inorridito e schifato.

Artaud cita le fonti romane a man bassa e dispiega tutto il lungo elenco di scelleratezze dell’imperatore, che fa rimanere a bocca aperta.

Eliogabalo completamente succube della madre, Giulia Soemia, che non prende alcuna iniziativa di governo senza il suo consenso, mentre quella vive da meretrice  e pratica ogni genere di lussuria; Eliogabalo che fa sedere la madre al Senato; Eliogabalo che istituisce un senatino delle donne; Eliogabalo che si veste da prostituta e si vende per quaranta soldi nelle strade di Roma; Eliogabalo che fa eleggere un ballerino a capo della sua guardia pretoriana; Eliogabalo che a Nicomedia si da alla più sordida depravazione, abbandonandosi con altri uomini a rapporti omosessuali attivi e passivi; Eliogabalo che sposa una vergine Vestale e profana i sacri culti romani (7).

E’ il trionfo del Caos, dell’anarchia, della dissoluzione.

L’Ordine decade totalmente, il Maschile si confonde con il Femminile, verso la dissoluzione completa dell’esistente, verso l’Unità originaria delle cose.

Eliogabalo, l’anarchico incoronato, anela a quell’Unità originaria delle cose, a quel Caos primordiale, secondo l’acuta interpretazione di Artaud, e per ripristinarlo spinge al massimo la via invertita della sovversione. Attore e spettatore, nello stesso tempo, di un terribile processo metastorico.

E’ troppo, Roma stessa non può più reggere.

La fine di Eliogabalo è nota: inseguito dai pretoriani venne trucidato in una latrina e gettato nel Tevere con la madre.

Il suo regno era terminato.

Un’altra tappa di un declino spaventoso.

L’Impero Romano non gli sopravvisse ancora a lungo.

  

(1) A. Galvano, Prefazione, A. Artaud, Eliogabalo, o l’anarchico incoronato, Adelphi, Milano 1991, p. IX s.

(2) Eliogabalo si chiamava in realtà Sesto Vario Avito Bassiano e salì al trono imperiale con il nome di Marco Aurelio Antonino. Il soprannome Eliogabalo gli deriva dal nome del dio solare di Emesa, El-Gabal, poi adorato a Roma con il nome di Deus Sol Invictus.

(3) A. Artaud, Eliogabalo, o l’anarchico incoronato, ed. cit., p. 13

(4) Ibid., p. 113

  1. Ibid., p. 114

(6) Ibid., p. 114

(7) Cfr. E. Lampridio, Antonino Eliogabalo, in Scrittori della Storia Augusta, Vol. II, Libro XVII, Tea, Milano 1993, a cura di P. Soverini, p. 572 s. e A. Artaud, Eliogabalo, o l’anarchico incoronato, ed. cit., p. 115